Skip to content

Danubio Tuttigusti+1 (sull’espresso per Hogwarts)

6 gennaio 2013

harry4  

“Lo sguardo di Ron si perse sulla montagna di Cioccorane che aspettavano ancora di essere scartate.

« Serviti pure » lo invitò Harry. « Ma sai, nel mondo dei Babbani la gente nelle foto non sene va mica a spasso! »

« Ma davvero? Cioè non si muovono per niente? » Ron sembrava molto stupito « Che strano!»

Harry rimase con tanto d’occhi nel vedere Silente che ricompariva sulla figurina e gli rivolgeva un impercettibile sorriso. A Ron interessava più mangiare le rane che non fare la spunta delle figurine dei Maghi e delle Streghe più famosi; Harry, invece, non riusciva a staccarne gli occhi. Ben presto non ebbe più soltanto Silente e Morgana, ma anche Hengist Folletto dei Boschi, Alberico Grunnion, Circe, Paracelso e Merlino. Finalmente si decise a staccare gli occhi da Cliodna la druida, che si stava grattando il naso, per aprire un pacchetto di Tuttigusti+1.

« Con quelle devi fare attenzione» lo ammonì Ron « Tuttigusti vuol dire proprio tutti i gusti… puoi trovare quelli più comuni come cioccolato, menta e marmellata d’arancia, ma può anche capitarti spinaci, fegato e trippa. George dice che una volta ne ha trovate alcune alle caccole ».

Ron prese una gelatina verde, la guardò attentamente e ne morse un pezzetto.

« Bleaaaah!… Visto? Cavoletti di Bruxelles ».

Si divertirono molto a mangiare le gelatine. Harry ne trovò al sapore di toast, di noce di cocco, di fagioli in scatola, di fragola, di curry, di erba fresca, di caffè, di sardina, ed ebbe anche il coraggio di assaggiarne una di colore grigio  che Ron non aveva neanche voluto toccare e che, scoprirono, sapeva di pepe.”

Da “Harry Potter e la pietra filosofale, J.K. Rowling, 1998, ed. Salani

Qualcuno mi ha fatto notare – già nutrivo qualche dubbio in merito  – come i miei post siano un po’ troppo lunghi. Effettivamente un poco lo sono, ma chi vuole andare dritto alla ricetta può farlo abbastanza facilmente senza sorbirsi righe e righe di chiacchiere pressoché inutili e talvolta un po’ noiose. Chi invece non teme di perdere qualche minuto a leggere qualcosa che potrebbe vagamente interessarlo, beh allora è il benvenuto. Considerando che il blog nasce anche per ispirare nella lettura, magari chi mi legge è già un po’ avvezzo a “perdere tempo” sulla carta stampata. Anche se sono pressoché certa che dedicarsi a Kafka o Proust o Roth o Ammaniti o la Du Maurier (e aggiungiamoci anche qualche autore per ragazzi tipo… Dahl-Fine-Rowling-Pullman-Ibbotson-Lindgrenetcetcetc) non sia proprio come leggere Orpelli e Fornelli :I eheh!

Dopo questa premessa  – CHE ALLUNGA ULTERIORMENTE IL POST, SCUSATE! – Harry Potter… qui davvero rimango senza molto da dire (ricordate le Tortine Sibilline ispirate alla professoressa Cooman?). Harry Potter è un mondo incredibile a cui ci si affeziona, da cui non si vorrebbe mai partire. E’ un sistema praticamente perfetto, con ingranaggi ben oliati che raramente si inceppano e pochi libri di questo genere possono essergli paragonati (sicuramente, mia opinione personale, la trilogia Queste Oscure Materie di Pullman, leggetela che è magnifica). Ho iniziato a leggere la saga prima che uscissero i film e in famiglia ci siamo contagiati vicendevolmente. Capita spesso devo dire. Il primo libro non è il mio preferito, diciamo che credo non sia il preferito di nessuno, ma è il primo biglietto da staccare per un’avventura che difficilmente non si vorrà proseguire!

La ricetta è FANTASTICA. E non lo è poiché l’ho fatta io –  che non costituisce mai una garanzia sulla sua buona riuscita – ma perché mi è stata suggerita da Rosaria, mamma di una mia cara amica dell’università. Mamma Rosaria è una cuoca eccezionale: non solo perchè prepara tutto quello che serve con le sue mani, ma anche per l’estrema attenzione nella selezione degli ingredienti e nei nutrienti presenti. Un pochino di storia – anche perché il nome è curioso. Il Danubio è un dolce napoletano, tipico del periodo pasquale, che fu con ogni probabilità ispirato  dalla genealogia Borbone: Ferdinando I di Napoli sposò nel 1768, in prime nozze, Maria Carolina di Asburgo-Lorena che, di origine austriaca, diede il via col suo arrivo a corte ad una “commistione cultural-gastronomica” tra cuochi viennesi e tradizioni locali.  In Austria, infatti, si trovano tracce molto antiche di un dolce chiamato “buchteln” (di origini boeme) che ha la stessa struttura del Danubio.

E’ un lievitato perfetto per il concetto di Tuttigusti+1, per il semplice fatto che ogni pallina può essere ripiena diversamente da tutte le altre, ed ogni commensale stacca la sua porzione con il suo ripieno. Può essere sia dolce che salato, che dolce e salato insieme…  Io l’ho preparato dolce per Capodanno (ricordatevi di scaldarlo prima di servirlo) a “palline alternate” di Nutella e marmellata ai lamponi (che non è una buona idea, perché i banchettanti facevano a gara – dura e scorretta –  a trovare la Nutella).

Nella foto vedete una versione sempre dolce, con Nutella, Dulce de leche, marmellata ai lamponi, alla fragola e alle albicocche. Io vi suggerisco di osare veramente: eliminate l’aroma all’arancia dall’impasto e riempitelo sia dolce che salato, con tutto quello che vi resta in frigo e in dispensa. Vi divertirete un sacco a fare indovinare il ripieno.. Bandite caccole, cerume e marmellata lassativa! Bleaaaaah!!

Danubio Dolce Tuttigusti+1

550 gr di farina (250 gr tipo 00 e 300 gr manitoba)

2 cucchiai colmi di zucchero

1 cucchiaino di sale

10 gr di lievito di birra fresco (o 3,5 gr di secco)

50 ml di olio d’oliva

250 ml latte intero + un goccio per spennellare

1 uovo e ½

½ fialetta aroma arancia

per il ripieno TUTTO QUELLO CHE VI PASSA PER LA ZUCCA (anche la zucca, sì!)

 

In un recipiente  dai bordi alti, versate il latte appena tiepido, sciogliete il lievito e mixate olio, uova, zucchero e sale (più la fialetta d’arancia se si tratta della versione dolce, sennò evitate).

Aggiungete la farina e impastate formando un panetto. Infarinatelo e fatelo lievitare nel recipiente coperto da pellicola fino al raddoppio del volume (un paio d’ore circa).

Riprendete l’impasto, sgonfiatelo e con un mattarello stendetelo sul tavolo infarinato. Una volta steso, ritagliatelo con una rotella in una serie di quadratini di circa 30/40 gr l’uno e appoggiate il ripieno su ciascuno.

Per chiudere ciascun quadratino, unite i vertici opposti, sigillandoli (torcete, tipo caramella, sigillando bene e appallottolatelo facendolo girare tra i palmi). Adagiate i quadratini uno a fianco all’altro su una teglia (tonda o rettangolare, vanno bene entrambe) ricoperta da carta forno e spennellateli con un pò di latte.

Lasciateli lievitare dentro il forno spento fino al raddoppio del loro volume, senza coprire la teglia (un’oretta circa, ma anche meno). Infornate per circa 20 minuti a 170°. Potete prepararlo anche un paio di giorni prima. Ricordatevi di scaldarlo prima di servirlo in tavola.

Per quanto riguarda il ripieno, un paio di accorgimenti: siate generosi con il dispensarlo, perché sennò la torta risulterà un po’ asciutta. Non esagerate però o rischia di “esplodere” in cottura! Ahahah! Per la versione salata Rosaria mi suggeriva speck o crudo e branzi. Per la versione dolce, se scegliete la marmellata, occhio che non sia troppo liquida!

 Ne approfitto per augurare un 2013 FANTASTICO a tutti i BABBANI che conosco. E anche a quelli a me ignoti! Cos’avete detto? Oblivion? Chi? Cosa? Io…

Felici Hunger Games e che la fortuna possa sempre essere a vostro favore (con un sandwich rustico)

18 novembre 2012

“Sollevo le gambe dal letto e scivolo direttamente dentro gli scarponi da caccia. Pelle morbida che si è adattata perfettamente ai miei piedi. Mi infilo pantaloni e maglietta, ficco la lunga treccia scura dentro il berretto e prendo la borsa del foraggio. Sul tavolo, sotto una ciotola di legno, per proteggerlo da topi e gatti affamati, c’è una forma piccola e perfetta di formaggio di capra avvolta in foglie di basilico. E’ il regalo che mi ha fatto Prim per il giorno della mietitura.”

Da “Hunger Games” , Suzanne Collins, 2009, ed. Mondadori

 Non ricordo il motivo per il quale mi sono approcciata a questa trilogia: non rammento precisamente cosa mi spinse, d’impulso, ad acquistare il primo libro. Sicuramente il film non era ancora uscito (anche perché, in genere, detesto leggere il libro dopo aver visto la pellicola), ma non mi pare neppure che qualcuno me l’abbia consigliato (sono circondata da 3 o 4 persone fidate, con cui il passaparola funziona alla grande in termini di soddisfazione post lettura o post pellicola:)).

Sta di fatto che i tre libri di Suzanne Collins (Hunger Games, La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta) pubblicati – e non supportati a dovere, tanto che il terzo volume l’hanno dovuto tradurre di fretta e furia per lanciarlo in concomitanza con l’uscita del film a maggio 2012 – da Mondadori mi hanno appassionato parecchio. Qualcuno ha accusato la Collins di aver attinto a piene mani dal controvertissimo libro Battle Royale dell’autore giapponese Takami Koushun (pubblicato sempre da Mondadori nella collana Piccola Biblioteca Oscar), poi diventato un film censurato in più paesi. Il titolo di Koushun non l’ho ancora approcciato (lo farò presto però) ma, avendone letto recensioni e commenti online, ne deduco che la versione della Collins sia edulcorata, blockbusterizzata (passatemi il termine) e potenzialmente vincente– quanto meno a livello commerciale – perché in grado di catturare un target più ampio (anche in termini di sesso) rispetto a Battle Royale. Non paragonerei dunque Hunger Games a Battle Royale, poichè indirizzato ad un pubblico sostanzialmente differente, ma piuttosto alle varie saghe fantasy uscite negli ultimi anni. Premesso che sono una fan di Twilight (ma preferisco di gran lunga True Blood o la saga di Anita Blake e, sul vampirismo, i libri della Rice), in Hunger Games c’è quanto meno una volontà di andare oltre il rapporto amoroso-morboso. Non dico che non ci sia, che poi fa sempre piacere, ma diciamo che non ruota tutto attorno a questo. Siamo in un futuro indefinito, non molto lontano, dove  la nazione di Panem (il nostro Nord America) è la materializzazine di uno scenario apocalittico ed orwelliano: divisa in dodici distretti poveri e periferici assoggettati ad una capitale despota e vergognosamente opulenta – Capitol City – che, a seguito ad un tentativo di ribellione, pretende ogni anno da ciascun distretto durante una cerimonia chiamata mietitura, un tributo di un ragazzo ed una ragazza tra i 12 ed i 18 anni. I tributi parteciperanno così agli Hunger Games, un reality show in cui dovranno combattere in un luogo prestabilito, l’Arena, uccidendosi a vicenda fino a che uno solo non ne uscirà vincitore – e sopravvissuto. La trama si sviluppa seguendo le vicende della sedicenne del Distretto 12 Katniss Everdeen (nel film interpretata ottimamente da Jennifer Lawrence) esperta di tiro con l’arco e di caccia che si offre volontaria quale partecipante alla 74ª edizione dei giochi al posto della sorella minore Prim e del secondo tributo del medesimo distretto Peeta Mellark. Qualcuno ha rimproverato all’autrice di non aver sviluppato a sufficienza la componente allegorica, e da questo punto di vista un po’ di amaro in bocca rimane, lo ammetto, ma la trilogia è di buona qualità: lettura scorrevole e  contenuti mediamente meno insulsi dei libri di genere dedicati ad un pubblico giovane. Inoltre i personaggi femminili “duri”, decisi, fisicamente performanti (si veda la principessa Merida dell’ultimo film Disney Pixar Brave o Ronja dell’omonimo libro della Lindgren) mi sono sempre piaciuti. Katniss Everdeen è decisamente una di queste, tanto che quando vado a correre mi faccio la treccia – senza infilarla nel berretto – e mi fingo lei in mezzo al bosco, giusto per caricarmi un po’. Sostanzialmente patetico!!

La ricetta legata al film doveva essere “povera” e veloce: il distretto 12 è scarso di risorse e Katniss integra il poco cibo disponibile cacciando di frodo. Non potevo però proporvi degli scoiattoli arrostiti, un po’ perché non caccerei mai (se non per riportare alla normalità equilibri di fauna  che l’uomo, con l’introduzione di determinate specie, sconvolge. Ma non voglio aprire un dibattito sulla caccia) e un po’ perché mi verrebbe male a pensare a Cip e Ciop o a Cippi – celebre protagonista di uno spot – o a Mago Merlino e Semola trasformati in roditori dalle folte code ne La Spada nella Roccia. Quindi ho pensato ad un sandwich integrale farcito di formaggio di capra, che a noi sembra una roba raffinata, ma che in realtà è presente nel libro, perché la sorellina di Katniss ha una capra da cui ricava del latte che poi trasforma in formaggio. Dal punto di vista di Katniss, il miele lo si trova tranquillamente in natura, così come le erbe spontanee.  Dal nostro punto di vista io onestamente non sono un’esperta, quindi vi consiglio il basilico, che è banale ma facilmente reperibile. Chiunque avesse consigli di abbinamento rispetto ad eventuali erbe si faccia avanti! Per il miele suggerirei un miele di eucalipto (che peraltro, con i malanni di stagione alle porte, è un toccasana) o di castagno. Buon appetito e.. che la fortuna possa essere sempre a vostro favore!

Sandwich rustico al formaggio di capra, miele e basilico

 Per 4 panini

300 gr di farina integrale

1 cucchiaio di olio d’oliva

170 ml di acqua

Lievito di birra (una bustina se secco+2 cucchiaini di zucchero, un panetto se fresco)

Semi vari

500 gr di formaggio di capra (tipo chèvre in tronchetto)

Basilico fresco

3 cucchiai di miele di eucalipto o di castagno

 Sale qb

Pepe qb

Va da sé che il pane, se non avete voglia di farvelo da soli, potete tranquillamente comprarlo dal panettiere. Se preferite farlo in casa a 300 gr di farina integrale aggiungete un mix di semi vari per arricchirlo, un pizzico di sale, un cucchiaio d’olio, una bustina scarsa di lievito secco, 2 cucchiaini di zucchero e gradualmente 170 ml di acqua tiepida. Impastate manualmente o con l’aiuto di un’impastatrice/macchina per il pane. Fate lievitare un paio di ore o fino al raddoppio del volume, formate dei panini tipo ciabattine (ma la forma è libera) e fate lievitare nuovamente per una mezzora. Cuocete a 200° in forno preriscaldato per 20-25 minuti. Tagliate il formaggio in fette di mezzo cm circa, disponetele all’interno del panino tagliato a metà, condite con del pepe, con delle foglie di basilico e  del miele. Richiudete e passate in forno leggermente caldo o nel tostapane per ammorbidire leggermente il formaggio.

Come possibile variante vi consiglio formaggio di capra, speck e marmellata di lamponi  ♥

Il sorpasso (dell’autunno sull’estate) e un bicchierino tricolore.

29 settembre 2012

“Bravo così me piaci, quando ridi me stai più simpatico. Ah Robbè, che te frega delle tristezze, lo sai qual è l’età più bella? Te lo dico io qual è. È quella che uno c’ha. Giorno per giorno. Fino a quanno schiatta, se capisce.”

(Bruno Cortona a Roberto Mariani)

Da “Il sorpasso” di Dino Risi, 1962, con Vittorio Gassman, Jean-Louis TrintignantI, Catherine Spaak

Questo post è nato in più momenti: a luglio ho sperimentato la ricetta, in periodo di olimpiadi. Mi piacciono le olimpiadi, perché ti danno la possibilità di vedere sport che abitualmente ricevono poca attenzione, e poi mi diverte un sacco il fatto che tutti (me compresa) si credano espertoni di qualsiasi tipo di competizione, come se masticare le parole dressage, presa cubitale, double trap e pike fosse all’ordine del giorno!

Quando invece ho visto Il sorpasso era periodo di ferragosto e  ho scoperto di amare la città mezza vuota, a differenza di uno dei protagonisti (Bruno/Gassman), che fugge da una Roma pressoché deserta trascinandosi dietro un giovane studente (Roberto/TrintignantI) insoddisfatto, che cerca altro dalla vita che non finire a fare l’avvocato di provincia come il cugino Alfredo, attaccato, come una cozza al suo scoglio, alla vacuità del cumularsi delle sue parcelle e all’inestimabilità della sua posizione sociale. In un mondo in tumulto, in fermento da boom economico, Roberto va ad un altro passo, forse troppo tranquillo, troppo prevedibile, e Bruno è il propellente che scuote le fondamenta dei suoi archetipi, che turba il suo candore (fantastica la scena in cui Roberto e Bruno discutono su un episodio capitato al primo con delle passeggiatrici) e che lo fa sentire inadeguato rispetto a quanto lo circonda. Il sorpasso è un film che ho “sentito” molto, anche perché mostra un’Italia che non ho vissuto direttamente, ma che ho immaginato perché raccontata dai nonni e dalla mamma. Ammetto tuttavia di soffrire di gravi lacune per quanto riguarda il cinema italiano, e prometto che mi impegnerò per colmarle al più presto (se qualcuno ha qualche suggerimento da dispensarmi rispetto al percorso da affrontare, lo accetto ben volentieri!).

Per quanto riguarda le mie vacanze, forse ricorderete che l’estate scorsa proposi un post su Londra. Quest’anno non sono stata all’estero, ma ho girato un po’ l’Italia e per la prima volta sono stata in Sardegna, per la precisione in zona sud-ovest (Carbonia Iglesias): mare bellissimo, selvaggio, nessuno stabilimento, chilometri di sabbia e per compagnia (oltre ai miei e ad un’amica) anche un affascinante (e un po’ viziato) siberian husky (Demo). Vi segnalo un ristorantino  e lounge bar davvero valido, da cui vi consiglio di passare se siete in zona Sant’Antioco. L’Arcus si trova in una traversa della via principale, offre un menù di piatti tipici sia di terra che di mare, presentazione e materie prime di qualità , un vino della casa eccezionale e una bella terrazza. Davvero ottima la fregola ai frutti di mare (che sarebbe una sorta di pasta simile al cous cous) e le seadas con marmellata di mirto (ossia dei ravioloni fritti e ripieni di formaggio, da servire come dolce con miele o marmellata).

La ricetta del post è invece piuttosto estiva, lo ammetto, ma può tuttavia essere servita anche tiepida d’inverno. E’ un po’ un mix di vari spunti: l’avevo provata con una gelatina di pomodoro al centro e con una mousse al parmigiano, ma la gelatina al pomodoro non mi piaceva proprio. L’idea però era graziosa e fresca ed avendo scovato su Bravacasa di giugno la ricetta di uno sgombro marinato con mousse di mozzarella della chef Viviana Varese, ho deciso di provare la sua mousse sostituendo la gelatina con una versione veloce di pappa al pomodoro. Per l’allestimento ringrazio l’infaticabile Carletto e la buona Samp (che non è una squadra di calcio, bensì una cara amica).

Bicchierini tricolore

Per 30 bicchierini da 100 cc

800 gr di polpa di pomodoro

Basilico fresco

300 gr di pane toscano a fette

Olio extravergine di oliva qb

Sale qb

Pepe qb

250 gr di pesto (pronto o fatto in casa)

40 gr di panna fresca

90 gr di latte

125 gr di mozzarella

90 gr di panna montata fresca

30 gr di farina 00

 

Procedete con la preparazione della pappa al pomodoro super veloce: in una casseruola fate scaldare la polpa di pomodoro (meglio se un po’ rustica), aggiungete le fette di pane toscano abbrustolito (o raffermo), irrorate con olio e aggiustate di sale e pepe. Fate sobbollire per venti minuti circa, avendo l’accortezza di utilizzare un po’ di brodo vegetale nel caso si restringesse troppo (ma non dovrebbe accadere). A fine cottura aggiungete del basilico fresco (o surgelato). Se la pappa non è troppo “papposa”, passatela con il frullatore ad immersione per qualche secondo.

Ora passate alla mousse di mozzarella: fate bollire latte e panna e aggiungete la farina a pioggia. Riportate a bollore e mescolate con una frusta creando una besciamella. Aggiungete la mozzarella e frullate con il frullatore ad immersione. Lasciate raffreddare, aggiungete la panna montata e trasferite il composto in una sacca da pasticcere. Ora componete il vostro bicchierino: pappa al pomodoro, uno strato di pesto, mousse alla mozzarella, una spolverata di pepe, qualche goccia di pesto, una fogliolina di basilico per decorare. Vi consiglierei anche un’oliva taggiasca sulla sommità e pappatevelo in compagnia, con una certa malinconia perché oramai… addio estate, carissima estate!

Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello (con una fetta di Victoria Sponge Cake)

3 luglio 2012

“ «E’ successo proprio in questa casa», disse, come recitando una preghiera. Rimanemmo tutti in silenzio, guardandola affabilmente, e lei sussurrò: «Vi prego di scusarmi».

«Certo, in questa casa» disse Constance. «Nella sala da pranzo. Stavamo cenando».

«Una famiglia raccolta intorno al desco per la cena” disse zio Julian, carezzando le parole. «Senza sospettare che sarebbe stata l’ultima».

«Arsenico nello zucchero» disse rapita Mrs. Wright, che ormai aveva perso ogni pudore.

«Io quello zucchero l’ho usato» la redarguì zio Julian agitando il dito. «L’ho usato eccome, sui mirtilli. Per mia fortuna» e qui accennò un sorriso  «è intervenuto il fato. Quel giorno esso ha inesorabilmente guidato alcuni tra le braccia della morte. Alcuni di noi, innocenti e senza alcun sospetto, hanno fatto, senza volerlo, quell’estremo passo verso l’oblio. Altri hanno usato pochissimo zucchero (…). Agnello arrosto con salsa alla menta, fatta con la menta dell’orto di Constance. Patate novelle, piselli, insalata, tutto dell’orto di Constance. Me lo ricordo perfettamente, signora. Rimane una delle mie cene preferite »”

Da Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, 1962, ed.  Adelphi

 Va bene, ammetto che questo post sia all’apparenza un po’ inquietante. Proporre come ispirazione  una cena in cui tutti i commensali vengono assassinati con dello zucchero all’arsenico non è proprio il massimo. Tuttavia Shirley Jackson è un’autrice di cui in Italia non si parla mai molto, malgrado i suoi lavori abbiano ispirato autori horror del calibro di Stephen King. Peraltro Abbiamo sempre vissuto nel castello è particolarmente legato alla preparazione del cibo, dunque mi sembrava terreno fertile per Orpelli e Fornelli.

Shirley Jackson nasce nel 1916 a San Francisco. Moglie e madre, si ritrova ad indossare i panni, per alcuni versi bipolari, della casalinga/scrittrice negli Stati Uniti degli anni ’50. I suoi tre lavori più importanti sono il racconto breve La lotteria (forse uno dei più famosi del XX secolo, pubblicato in Italia da Adelphi ), L’incubo di Hill House (sempre pubblicato da Adelphi) e Abbiamo sempre vissuto nel castello, considerato come il suo prodotto più riuscito. La doppiezza dell’autrice si può evincere dal singolare modo di presentare la paura: sempre soffusa, percorre falde sotterranee per poi affiorare, raggelando, in particolari legati alla quotidianità. L’ordito narrativo è particolare, come fotografare un soggetto con il flash: vengono illuminate alcune zone, che producono però  zone d’ombra nette e spesso insondabili. Shirley Jackson non spiega, non conclude, non giustifica, ma trasmette sensazioni discordanti, fastidiose, letteralmente inquietanti. Il Castello è così: due sorelle, una, Merricatt, cupa, ossessionata, quasi demoniaca, l’altra, Constance, sensibile, delicata e spaventata. Un tragico evento ha ridotto drasticamente il numero dei componenti della famiglia più importante della città, i Blackwood: durante una cena tutti i familiari, all’infuori del sopravvissuto zio Julian, vengono avvelenati da dello zucchero all’arsenico. Viene incolpata e poi prosciolta la sorella Constance che quella cena aveva messo diligentemente in tavola, inimicandosi la comunità locale e costringendo i sopravvissuti ad arroccarsi nell’isolata dimora di famiglia. La Jackson in realtà scrisse il racconto in un periodo di psicosi piuttosto forte, in cui si sentiva perseguitata dai cittadini della piccola comunità di North Bennington dove risiedeva. Questa fobia sfociò tuttavia in spirito creativo, come scrisse in una lettera al poeta Howard Nemerov “…I have always loved to use fear, to take it and comprehend it and make it work and consolidate a situation where I was afraid and take it whole and work from these…I delight in what I fear. The ‘Castle’ is not about two women…it is about my being afraid and afraid to say so, so much afraid that a name in a book can turn me inside out.”

I diritti per il film sono stati acquistati da Michael Douglas, e rumors dicono anche che Rachel Mc Adams (Mean girls, 2 single a nozze, Midnight in Paris, Sherlock Holmes) sia in lizza per entrare nel cast. Il progetto tuttavia non sembra in stato avanzato al momento.

 La ricetta a cui ho pensato è una Victoria Sponge Cake, tipicamente anglosassone,  alla panna e.. mirtilli. Pur essendo secondo me piuttosto adatta al periodo estivo, premetto tuttavia che all’assagio era un po’  troppo asciutta. Dunque ora mi trovo costretta (eheh) ad aumentare le dosi del ripieno! I mirtilli (e la relativa marmellata) possono essere sostituiti con lamponi, more, fragole, ribes, pesche o albicocche.

Cambiando argomento per un attimo.. Sul canale satellitare Discovery Travel&Living ho visto per la prima volta (sono un po’ indietro) il programma Banchetti da Incubo (il titolo secondo me non è tradotto adeguatamente), in cui il famosissimo chef Heston Blumenthal si cimenta in realizzazioni stravagantissime e ASSOLUTAMENTE DA ORPELLI E FORNELLI, quanto meno nello spirito (nel cibo mica tanto, perché la sua è una cucina che manipola le consistenze con una serie di aggeggi che io non potrei mai permettermi, a meno che non aprissi un istituto di ricerca molecolare): un film, un libro, un’epoca storica ispirano i suoi banchetti a tema. Delle volte il risultato è un po’ kitsch, ma chi non vorrebbe avere nel proprio soggiorno una carta da parati leccabile identica a quella realizzata da Willy Wonka ne La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl?!

Victoria Sponge Cake alla Panna e Mirtilli

Ingredienti per la torta

200 g di farina 00

25 g di maizena

225 g di burro

225 g di zucchero di canna

4 uova

Una bustina di vanillina

Una bustina di lievito per dolci

15 ml di latte

Ingredienti per il ripieno e la decorazione

160 gr di marmellata di mirtilli

125 gr di mirtilli

250 ml di panna fresca

Foglioline di menta qb

Procuratevi due tortiere da 21 cm di diametro, oppure una tortiera sola sufficientemente alta, utilizzando lo stesso metodo della Torta alle Carote di Peter Coniglio (ossia tagliandone a metà una unica). Meglio se a cerchio apribile, sennò vanno bene quelle classiche imburrate ed infarinate. La base potete tranquillamente prepararla la sera prima, assemblando e finalizzando la torta all’ultimo.

Preocedete con l’impasto: il burro deve essere morbido, poiché dovrete lavorarlo con lo zucchero di canna, unendo successivamente un uovo alla volta,  la farina con la vanillina,  la maizena e il lievito ed infine il latte. L’impasto può essere versato nelle tortiere che andranno sistemate nel forno preriscaldato a 180° per 35 minuti (metodo stecchino pulito). Sfornate, lasciate raffreddare e sformate.

Poco prima di servire assemblate la torta: adagiate su un piatto ampio la prima torta e cospargetela di marmellata di mirtilli  abbondando se i 160 gr vi sembrano pochi (di questo gusto preferisco la Vis, che però non so quanto sia distribuita al centro e al sud). Montate la panna e per 2/3 spatolatela sopra la marmellata (magari esagerando al centro e tralasciando i bordi, di modo che non fuoriesca una volta apposto il secondo disco). Cospargete di mirtilli  (tenendovene qua

Vacanze all’Isola dei Gabbiani (con Kanelbullar svedesi!)

3 giugno 2012

Karin, Karin, ma dove sei stata finora? Quest’isola era qui ad attenderti, calma e silenziosa all’estremo limite dell’arcipelago, con le sue piccole darsene e l’antica strada che taglia il villaggio, e i vecchi pontili, e le barche da pesca…Così bella da strapparti il cuore, e tu non la conoscevi neppure! Non è terribile? Che cosa avrà pensato Dio nel creare quest’isola? ‘Voglio fare una mistura speciale’ – ecco che cosa avrà pensato – ‘Voglio che sia brulla nei tanti piccoli scogli grigi e scabrosi; ma voglio che sia anche verdeggiante di querce e betulle, prati e cespugli in fiore: sì, perché voglio che trabocchi di roselline di macchia e folti e candidi biancospini in attesa di quel giorno di giugno, quando, fra milioni di anni, vi approderà Karin Melkerson’. Sì, Johan e Niklas, so benissimo cosa state pensando: ‘Come si fa ad essere così presuntuosi?’ E invece no, non sono presuntuosa: sono solo tanto felice; sì, perché al Buon Dio è venuto in mente di creare l’Isola dei Gabbiani proprio così com’è e in nessun altro modo, e di posarla come un gioiello ai margini dell’arcipelago, dove ha potuto conservarsi così come Lui l’aveva pensata. E perché io ho avuto la fortuna di venirci!

«Saranno tutti al molo a guardarci arrivare» aveva detto Melkerson. «Faremo sensazione!». Ma non fu esattamente così. Quando il vaporetto approdò, stava piovendo a dirotto, e sul molo c’erano solo una personcina e un cane. La personcina era di sesso femminile, di età intorno ai sette anni, e se ne stava lì immobile, come spuntata dal molo stesso. Forse Dio l’ha creata insieme all’isola, pensò Karin, e l’ha posta qui come sua signora e custode per i secoli eterni”

Da Vacanze all’Isola dei Gabbiani di Astrid Lindgren 1964, ed. Salani♥ 

Astrid  Lindgren con ogni probabilità la conoscerete per Pippi Calzelunghe: la riprogrammazione degli episodi della serie tv sui canali digitali ha per fortuna riportato agli antichi fasti (soprattutto nelle nuove generazioni) la giovane ed esilarante eroina dai capelli di fiamma. Ebbene Pippi (fantastico, io ho una vecchia edizione del 1961 appartenuta alla mia mamma e a sua sorella) non è il suo unico libro.  Un paio di anni fa sono stata a Stoccolma, città davvero magnifica, ma credo di essere una delle poche persone sopra i 10 anni ad essere entrata in solitudine nel Junibacken, il museo dedicato alla letteratura per l’infanzia ed in modo particolare ad Astrid, che della Svezia era originaria. Beh, ammetto che sembravo un pò squilibrata a vagare per ricostruzioni di cucine con annesso vasellame in scala. Un bambino ad un certo punto è entrato dalla porticina e mi ha  fissato sconvolto, come se dovesse fronteggiare un’orchessa delle terre selvagge pronta ad invadere con ferocia  il suo regno. Sono scappata dalla cucina e mi sono ripromessa di evitare l’ingresso nella fedele riproduzione di Villa Villacolle, ultimo baluardo alla fine della visita. Mi sono accontentata di guardarla da fuori e per consolarmi  – sob –  ho acquistato un portachiavi con Pippi. E’ evidente che per un bambino svedese, per cui Astrid Lindgren è un pò come la nostra Bianca Pitzorno (o Geronimo Stilton…??), entrare in museo/parco giochi in cui sono riprodotte tutte le sue favole preferite è davvero magico. Io conoscevo altri libri oltre a Pippi, e ad esempio mi sono emozionata un sacco ad osservare la ricostruzione di Bosco Matteo da Ronja, forse il mio libro favorito in assoluto da piccola. Tutti i libri della Lindgren (da Martina di Poggio di Giugno, a Rasmus, a Vacanze all’Isola dei Gabbiani a Ronja e a Pippi, solo per citarne alcuni) sono popolati di protagonisti un poco sopra le righe, coraggiosi, estrosi, imperfetti, talvolta capricciosi, ma di estrema bontà, dotati di uno slancio generoso senza eguali. Le cornici, irrinunciabili, sono paesaggi nordici dove la natura è sempre protagonista. O meglio, dove l’amore per il paesaggio, per il mare, gli alberi, l’erba, gli scogli, per Sanbernardi giganti, stizzose foche e corvi ammaestrati è sempre presente e riempie totalmente il cuore dei personaggi  – e anche dei lettori.

Vacanze all’Isola dei Gabbiani  rispecchia tutte queste caratteristiche:  un papà vedovo e pasticcione (gli basta prendere in mano una scala o una canna da pesca o un martello o qualsisi altro oggetto per combinare un macello dopo l’altro) si trasferisce in villeggiatura con i suoi quattro figli all’Isola dei Gabbiani alloggiando in una vecchia  e affascinante falegnameria, che profuma di legno dolce, di burro fatto in casa e di cannella, ed interagendo con gli autoctoni. Come un vecchio marinaio con dolori di stomaco e una nipote logorroica con annesso corvo ammaestrato, una piccola vicina di casa despota (ma amabilissima), pretendenti della figlia maggiore che le ronzano attorno come api con il miele scatenando le gelosie dei maschi di famiglia.

La ricetta che ho pensato di associare  a questo libro sono le Kanelbullar, delle brioche a girandola ripiene di crema alla cannella. Se  le si pappa la mattina con un buon bicchiere di latte i dolori di stomaco sono scongiurati.. a meno che non ci si abbuffi!

  Kanelbullar – Briochine alla cannella

Tempo di preparazione: 3 ore (comprensive di 2 ore e mezza di lievitazione)

Ingredienti per  14 Kanelbullar circa

Impasto

375 gr di farina 00

70 gr di zucchero di canna

½ cucchiaino di sale

½ cucchiaino di cardamomo

15 gr di lievito fresco ( o 4 gr di lievito secco)

60 gr di burro

180 ml latte

 Farcia

70 gr di burro

35 gr di zucchero di canna

1 cucchiaino di cannella

Per decorare

1 uovo

Granella di zucchero

 Nell’impastatrice/macchina per il pane/ciotola mixate gli ingredienti secchi (farina+sale+cardamomo+zucchero+lievito). Fondete il burro al microonde e unitelo al latte. Impastate velocemente ingredienti secchi e liquidi, mettete l’impasto al calduccio e fate raddoppiare di volume (ci vorranno un paio d’ore circa). Riprendete l’impasto e con un mattarello stendetelo in un rettangolo gigante (il più preciso possibile, di modo da ridurre gli scarti di pasta), spesso all’incirca mezzo centimetro. Sul rettangolone spalmateci la farcia (ottenuta facendo ammorbidire il burro e unendolo allo zucchero e alla cannella di modo che la consistenza sia simile ad una crema non troppo spessa) stando distanti dai lati lunghi un paio di cm. Una volta che avrete steso la farcia, arrotolate l’impasto su se stesso, come una specie di salsicciotto. A questo punto procedete con il tagliare – con un coltello a lama liscia – a sezioni di 2 cm circa il salsicciotto. Deponete le sezioni/girelle con il pancino all’insù (cioè, detto in merendese, come una Girella e non come un Saccottino), spennellatele con un poco di uovo sbattuto e decoratele con granella di zucchero. Fate riposare una mezzoretta, dopodichè infornate per 25 minuti a 190°. Tack för maten! ♥

Peter Coniglio è passato da qui (e la Torta alle Carote è sparita)!

15 aprile 2012

“C’erano una volta quattro piccoli conigli che si chiamavano Flopsy, Mopsy, Cotton-tail e Peter. Vivevano con la loro mamma in una tana di sabbia sotto le radici di un abete altissimo.”

Da La Storia di Peter il Coniglio, in Il Mondo di Beatrix Potter, ed. Sperling&Kupfer

Stamattina ho preparato la torta alle carote. L’ho lasciata raffreddare sul tavolino in veranda e … l’ho trovata mangiucchiata! Vicino al piatto c’erano delle briciole e sul pavimento una giacchetta blu, apparentemente nuova, a cui mancava uno dei suoi bei bottoni di ottone. Da questi segnali ho capito che Peter Coniglio era stato dal mio giardino fermandosi per un breve spuntino di passaggio!

Per chi non conoscesse uno dei conigli più celebri del mondo (assieme a Bugs Bunny e a Roger Rabbit), ecco un piccolo excursus della sua storia e della storia della sua creatrice. Beatrix Potter nacque in un’agiata ed aristocratica famiglia londinese nel 1866. Destinata ad un futuro come istitutrice, rimpiangeva la libertà della natura, nella quale si immergeva indisturbata ogni estate, quando si recava in villeggiatura nel Lake District con la sua famiglia.  Peter Coniglio vide la luce per la prima volta nel 1893, quando Beatrix scrisse una lettera illustrata a Noel Moore, uno dei figli della sua governante. L’idea di farne un personaggio continuativo su carta stampata le venne nel 1900, ma tutti gli editori ne rifiutarono la pubblicazione fino al 1902, quando David Warne ne supportò la prima edizione, diventando il talent scout di un fenomeno che oggi conta traduzioni in venticinque lingue e vendite per cento milioni di copie. Curioso che l’autrice compose ed illustrò “soltanto” ventitré storie, riuscendo comunque a rivoluzionare il mondo della letteratura infantile. Il suo spunto creativo peraltro non era puro frutto di semplice fantasia, perché Beatrix Potter, già prima del celeberrimo acquisto della fattoria di Hill Top, studiava flora e fauna che incontrava e raccoglieva durante le sue vacanze in campagna, osservandone e riproducendone attentamente le movenze, oltre che le fattezze: gli animali non sono mai alterati o antropoformizzati, magari indossano degli indumenti umani, ma non appaiono mai leziosi. E se si gironzola per la bellissima regione dei Laghi della Cumbria, dove la fattoria di Hill Top è aperta ai visitatori, si possono incontrare i furbissimi scoiattolini, i lesti topolini, i ranocchi impudenti e le tenere e stizzose oche protagonisti dei suoi libri. Personalmente non sono mai stata in questa zona dell’Inghilterra, ma è uno dei posti in cui mi piacerebbe fare un saltino prossimamente.

Se vi piacciono questi generi di racconti, magari più articolati a livello di testi, vi consiglio anche Il vento nei salici, di Kenneth Grahame.

 A pasquetta invece non sono andata in Cumbria, ma ho preparato una torta dolce, La Famosa Torta alla Zucchine di Flora, dal libro Delizia Divine di Nigella Lawson. Devo dire che non è venuta niente male, così per questo weekend ho deciso di bissare, provando le carote al posto delle zucchine (ma vi assicuro che anche le zucchine, seppur più insolite, rendono bene).

La Torta Alle Carote Preferita di Peter Coniglio

Per la base

250 gr di carote grattugiate (all’incirca 2 o 3 carote, dipende dalla grandezza)

2 uova

125 ml di olio d’oliva

150 gr di zucchero di canna

225 gr di farina auto lievitante (anche 00 semplice va benissimo, in questo caso però aumentate il lievito a mezza bustina)

½ cucchiaino di bicarbonato

½ cucchiaino di lievito per dolci

Per il ripieno di curd al lime

75 gr di burro

 3 uova grandi

75 gr di zucchero semolato

125 ml di succo di lime (4 frutti c.a) (anche limoni in alternativa  – 2 frutti c.a)

La scorza di un lime ( o di mezzo limone non trattato)

Per la copertura

200 gr di formaggio spalmabile

100 gr di zucchero a velo

Succo di limone qb (facoltativo)

Granella di mandorle qb

 NB – Variante alle zucchine: stessi ingredienti eccetto zucchine al posto delle carote (medesime quantità) e pistacchi al posto delle mandorle.

 Pulite le carote e grattugiatele (o mettetele nel frullatore e girate velocemente per poco pochissimo tempo oppure.. diventeranno poltiglia!!). Con le fruste montate le uova con lo zucchero e l’olio per qualche minuto, dopodiché incorporate farina, lievito, bicarbonato e un pizzico si sale. A questo punto si possono aggiungere le carote. La ricetta suggerisce di usare due teglie circolari da 21 cm di diametro. Io, per fare più veloce, ne ho usata una e poi ho tagliato la torta in due parti.  Malgrado velocizzi il processo (soprattutto se non disponete di due teglie da 21, che non è propriamente il formato classico di cui se ne possiede, magari, più di un pezzo), l’aspetto estetico ne risente. Mettete le torte (o la torta) in forno preriscaldato a 180° per 40 minuti circa, sfornate e fate raffreddare.

 Ora si può preparare il curd (che è una cremina tipicamente inglese) al lime. E’ un po’ acida, e probabilmente non siamo abituati ad un gusto simile, ma a me piace molto. Provatela, e se non vi convince, sostituite eventualmente il curd con una marmellata al limone. Mixate le uova, il succo dei lime e lo zucchero con le fruste elettriche. Fate sciogliere il burro a fuoco lento in una casseruola dal fondo spesso. Una volta sciolto il burro aggiungere il composto di uova e lime e continuare a mescolare con una frusta (non elettrica!) finché non si addensa. A questo punto potete trasferire in una boule, lasciare raffreddare e riporre in frigorifero.

 Una volta fredda spalmatene uno strato generoso tra le due metà di torta e procedete con la copertura. Mixate 200 gr di formaggio spalmabile (tipo Philadelphia) con 100 gr di zucchero a velo e un goccio di lime (io sinceramente non l’ho messo, mi pareva di esagerare con il tocco “acido”), ricoprite la sommità della torta e distribuite la granella di mandorla.

 Se disponete di un giardino non lasciatela all’esterno … potrebbe essere invaso da un’intera famigliola di teneri conigli in giacchette blu e grembiuli di cotone a fiorellini!

C’è una casetta piccola così (con tanti mini-muffin agli asparagi e pancetta)

8 aprile 2012

“Casilia era molto orgogliosa del suo soggiorno: le pareti erano state tappezzate con pezzi di vecchie lettere prese dai cestini della carta straccia e disposte in modo che la scrittura formasse delle righe che andavano verticalmente dal pavimento al soffitto. Su queste stesse pareti c’erano appesi, ripetuti in diversi colori, parecchi ritratti della Regina Vittoria da giovane; erano francobolli che Pod aveva sgraffignolato alcuni anni prima dalla scatoletta che si trovava sullo scrittoio del tinello.  Poi c’era un portagioielli in lacca, imbottito e con il coperchio alzato, che serviva da divano; e poi quell’utilissimo oggetto che era un cassettone fatto con scatole di fiammiferi. E una tavola rotonda ricoperta di velluto rosso che Pod aveva fatto con il fondo di lego di una scatolina di pillole montato sul piedistallo di un cavallo degli scacchi.”

Da “Sotto il Pavimento – La Saga degli Sgraffignoli”, Mary Norton, 1988, ed. Salani

 

Sotto il Pavimento è un libro delizioso. In primo luogo fa più effetto se letto da piccoli: l’idea che esistano delle persone molto piccole, che riciclino quello che noi comunemente dimentichiamo (paccottiglia varia e sommariamente inutile) per farne oggetti utili per le loro altrettanto piccole dimore, l’idea che una zolletta di zucchero possa bastare loro per un anno intero e che un gatto rappresenti un pericolo mortale è qualcosa che da piccolo ti emoziona un sacco. Il fatto che esista un micro mondo, che ci si impegni a contestualizzare qualcosa di piccolo e all’apparenza insignificante in modo utile (che poi è la forma di diletto infantile più comune), unito alle problematiche ambientali e al tema del riciclaggio, attuale più che mai in questa epoca, fanno del libro di Mary Norton una fonte di emozione ed in parte di educazione allo spreco. Lo Studio Ghibli (quello di Hayao Miyazaki per intenderci, massimo esponente dell’animazione giapponese) ne ha tratto un lungometraggio animato molto bello, Arietty,  uscito nel 2010, che vi consiglio di vedere. Un’altra segnalazione: per il “set fotografico” ho utilizzato uno splendido libro, La Casa di Tamara, di Pascale Debert ed. Donzelli.

La ricetta di oggi non poteva che essere “mini”: piccoli muffin ripieni di asparagi, pancetta e zafferanno!

Mini-Muffin agli Asparagi, Pancetta e Zafferanno

 Ingredienti per 24 mini-muffin (o 12 muffin o uno stampo da plum cake)

150 gr di farina 00

3 uova

100 ml olio d’oliva

125 gr di latte

80 gr di pecorino

1 bustina di zafferano in polvere

Noce moscata qb

Un mazzo di asparagi freschi (o surgelati)

100 gr di pancetta affumicata a cubetti

Mezza bustina di lievito per torte salate

Sale qb

 Prima fate bollire o cuocere al vapore gli asparagi, non per lungo tempo. Giusto per ammorbidirli. Successivamente scaldate un paio di cucchiai di olio in padella, fate soffriggere velocemente, per insaporire la pancetta e gli asparagi tagliati a tocchetti (evitando magari la parte terminale, fibrosa e difficile da masticare). Teneteli da parte. In una boule mixate gli ingredienti liquidi (uova+ latte in cui avrete sciolto lo zafferanno +olio) con una forchetta. Mixate tra loro gli ingredienti secchi: farina, lievito per torte salate (se non lo trovate provate a sostituire la farina 00 con farina auto lievitante e mezzo cucchiaino di bicarbonato), noce moscata e pecorino. Ora unite gli ingredienti solidi a quelli secchi ed in ultimo incorporate gli asparagi e la pancetta. Riempite a scelta i pirottini piccini o quelli standard o uno stampo da plum cake, infilate in forno a 180° per venti minuti/mezz’ora, avendo l’accortezza di verificarne la cottura con il solito metodo dello stecchino. Questa ricetta è adatta al periodo (picnic, merende, gite in montagna, prime scampagnate al mare) e la base può essere mantenuta, variando con gli accostamenti. Buon appetito!